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L'INTERVISTA

Il socialista che salvò il siciliano simbolo del ventennio fascista: il libro di Virman Cusenza

di
Virman Cusenza, Ragusa, Cultura
Il giornalista palermitano Virman Cusenza, autore del libro «Giocatori d'azzardo»

L’amore per il prossimo al di là delle ideologie. Perché «laddove le idee dividono, l’umanità unisce». Il coraggio che nasce dalla pietà per lo sconfitto. Enzo Paroli, avvocato socialista e antifascista, ha difeso (e poi nascosto in casa) un simbolo del regime fascista: il giornalista collaborazionista Telesio Interlandi, originario di Chiaramonte Gulfi e temuto direttore del quotidiano Il Tevere e della Difesa della razza. Virman Cusenza in Giocatori d’azzardo (Mondadori editore; pp. 216; 22€), da oggi in libreria, ricostruisce con scrupolo e passione, la storia dell’antifascista che salvò il giornalista di Mussolini. Un volume frutto «di una ricerca che ha portato alla luce per la prima volta i documenti originali finora inediti – dice il giornalista palermitano che ha diretto Il Mattino e Il Messaggero – se ne conoscevano solo singoli aspetti, con l’esclusiva angolazione di Interlandi e suo figlio». Il libro, dunque, nasce per far luce sulla figura di Paroli ed è un esplicito omaggio a Sciascia che, sul legame tra Paroli e Interlandi, avrebbe voluto scrivere un libro se motivi di salute non glielo avessero impedito.

Italiani popolo di santi, poeti, navigatori e giocatori d’azzardo? I protagonisti del suo volume giocano con la Storia puntando le loro fiches su tavoli opposti …

«Interlandi e Paroli sono accomunati dal condividere una terribile avventura, ma la vivono in modo diametralmente opposto. Paroli è un brillante avvocato di famiglia e fede socialista, un cinquantenne tormentato che non disdegna i piaceri della vita, un uomo che ama la scommessa e l’azzardo. Cerca la sfida e la vive pericolosamente, incurante del rischio».

E Interlandi?

«Lui, ventriloquo di Mussolini e temuto giornalista dal cui sbatter di ciglia dipende il destino di tanti, è un uomo attratto dalla scommessa totale, sceglie l’azzardo che lo arricchisce e lo rende intoccabile. Ma non ha dimestichezza con il rischio. Punta tutto sulla causa apparentemente vincente del momento (il fascismo e il razzismo). E più perde, più alza la posta, in un’escalation da capogiro culminata il 25 luglio 1943. Paroli sposa, invece, la causa apparentemente perdente del momento (la difesa di un collaborazionista), sapendo perfettamente di essersi spinto in una zona d’ombra. E aggiunge il brivido del pericolo di finire ammazzato in un’incursione partigiana nella sua villa per catturare l’evaso che ha tenuto nascosto per otto mesi a casa sua».

Quindi è lui il vero giocatore d’azzardo?

«Lui è l’unico a correre un pericolo gratuito (a guardare la legge solo con lo sguardo obliquo del codice) che potrebbe risparmiare se stesso e la sua famiglia. In realtà, sono due temperamenti opposti. Tutti e due hanno conosciuto il carcere: uno, per ritorsione della polizia fascista, l’altro, da sconfitto per regolamento di conti con la Storia».

Il ginecologo Gianni Paroli, che non aderì alla Rsi e fu arrestato dalle Ss, era uno che sapeva da che parte stare. Suo fratello Enzo, invece, da che parte stava?

«I due fratelli declinano in modo diverso lo stesso anticonformismo che li anima. A differenza di tanti che useranno la loro stagione antifascista per scalare posizioni e acquisire potere nell’immediato dopoguerra, fanno – ciascuno a modo suo – ciò che gli detta la coscienza. Senza pretendere nulla in cambio».

Un rosso socialista lombardo che difende un nero fascista siciliano. Anzi, che lo nasconde per otto mesi e mezzo in casa. Da difensore a correo d’un latitante è un attimo …

«Indubbiamente, Enzo Paroli sa perfettamente che la sua scelta di nascondere il latitante Interlandi ne fa un correo. Ma ritiene che le conseguenze giudiziarie che attendono Interlandi siano sproporzionate rispetto alle sue responsabilità. Penalmente lo ritiene un caso difendibile e assolvibile davanti alla giustizia che pur prevede il carcere a vita o addirittura la pena di morte per un collaborazionista. Da avvocato scinde la questione giudiziaria da quella etica, per lui la responsabilità morale, a cui certo non sottrae il giornalista di Mussolini, è un problema con cui deve fare i conti il suo assistito. Che, tra l’altro, gli nasconde sostanziosi pezzi di storia».

Lei scrive che «l’umanità è il marchio di fabbrica della famiglia di Ercole Paroli». Basta questo per comprendere e giustificare quanto fatto dal figlio Enzo a beneficio di un antisemita per vocazione della prima ora?

«Sciascia definì eroico il gesto di Paroli, un gesto di fraternità intriso di quello che Shakespeare nel Macbeth chiama il latte dell’umana tenerezza. Ed è questa umanità, in nome della quale si è pronti a correre un grande pericolo, per la quale si compie anche un gesto sproporzionato rispetto al quieto vivere a cui aspira normalmente un essere umano, che fa di Paroli un eroe civile nel senso sciasciano. Capisco l’obiezione: ma come può davanti alla crudeltà delle battaglie antisemite di Interlandi? Paroli, da avvocato, ritiene che una vita umana valga più delle colpe di cui può essere carica. E pensa che non ci sia migliore lezione umanitaria che applicare, per contrappasso, l’amore per il prossimo a chi ha praticato l’opposto. Il suo compito, comunque, laicamente, non è redimere ma salvare quel nocciolo di umanità che c’è nell’ex potente direttore che sta di fronte a lui».

Leonardo Sciascia s’era innamorato della «fraternità umana» di Paroli e avrebbe voluto scriverne un libro, ma la malattia degli ultimi anni gliel’ha impedito. Cosa avrà visto Sciascia nel loro legame?

«Era attratto dalla dinamica umana. Il personaggio centrale, se fosse riuscito a scrivere da par suo questa storia, sarebbe stato Paroli. Perché farsi salvare è assai più semplice che mettersi totalmente in gioco donando anche la propria libertà a chi rischia di perderla».

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