MIGRANTI

Il racconto dei superstiti sbarcati a Pozzallo: "Alcuni di noi morti in mare"

«Il gommone all’improvviso si è bucato nel mezzo e si è spezzato in due... è stata la fine..». È il racconto disperato e concorde dei 42 superstiti salvati la settimana scorsa da un naufragio dalla nave Trenton, della marina militare Usa, al largo della Libia.

Almeno 12 persone sono disperse. E tra i sopravvissuti ci sono anche familiari di alcune vittime, come tre sorelle di due nigeriane annegate fra i flutti del mare Mediterraneo. Ricostruiscono il loro dramma con i volontari di Interos, associazione non governativa che ha personale a bordo di nave Diciotti.

«Non abbiamo potuto fare alcunché per poterle salvare...», ripetono ancora commosse e tra lacrime di disperazione. Ma non sono le sole ad avere perduto un familiare nel naufragio: c'è anche un ragazzo che ha visto scomparire in mare suo fratello. Un dolore che non lo fa parlare ancora, difficile da superare. Sono tra i 42 scesi nella notte da nave Diciotti.

Si riconoscono subito dagli altri: stanno insieme, sono smarriti e stanchi dopo un viaggio di sette giorni dopo il salvataggio, e non hanno voglia di parlare. Ma, forse, c'è anche la voglia di mettersi alla spalle l’orrendo viaggio su un gommone, di bassa qualità, che si fora, messo a disposizione da trafficanti senza scrupoli che hanno la garanzia di incassare i soldi comunque vada la traversata: i soldi li prendono in anticipo.

Secondo quanto riferito ai volontari di InterSos i «soccorsi della nave Trenton sono stati tempestivi», i militari statunitensi «hanno fatto il possibile per salvarci tutti». Sul numero reale di dispersi non c'è certezza matematica, tranne i dodici corpi visti galleggiare e poi scomparire in mare.

Nessuno ha fin'ora fornito altre cifre. «Sulla nave Usa - affermano - ci hanno trattati bene e non abbiamo avuto problemi neppure sula Diciotti». Certo il 'viaggio' sulla nave italiana è durato sette giorni e «ci è sembrato lunghissimo perché - spiegano - volevamo arrivare presto a terra, in un porto sicuro italiano».

Ma intanto la nave della Guardia costiera ha continuato a caricare altri migranti salvati in mare da motonavi. Eppure, sottolineano i volontari di InterSos, non ci sono stati mai problemi durante la navigazione, né momenti di tensione. Soltanto la voglia di arrivare presto e in un porto italiano.

E la tensione si è sciolta all'arrivo a Pozzallo con un canto liberatorio, quasi urlato, accompagnato da battimani e danze. Una festa, quella dell’arrivo. Della speranza di una nuova vita e di una speranza, soprattutto per chi è sopravvissuto a un drammatico naufragio.

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